La nostra paura quotidiana


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I fatti accaduti questa mattina a Bruxelles ci costringono a prendere atto di una questione che non possiamo più evitare di vedere: un attentato può improvvisamente attraversare le nostre esistenze. In qualunque luogo ci troviamo. Anche al lavoro.
Certo, guardando le cose con lo sguardo della statistica, è piuttosto remota, specie per una città di provincia come quella in cui io vivo, la possibilità di ritrovarsi davanti ad un’esperienza terribile e drammatica come quella di un attentato terroristico, tuttavia mi capita di pensare a cosa farei se capitasse qualcosa di grave nella mia scuola.
Mi ritrovo sempre più spesso a dirmi: “Cosa si potrebbe fare, in caso di attentati terroristici contro un edificio scolastico?”
In realtà nessuno ci ha mai spiegato cosa fare, quel poco che so l’ho letto per conto mio e non è molto, in realtà.
La cosa migliore sarebbe diventare trasparenti e silenziosi, delle sogliole umane capaci di scomparire dal campo visivo di eventuali aggressori. Far scomparire un gruppo di venti-trenta ragazzi diventerebbe un’impresa pressoché impossibile.
Lo so. E’ improbabile che accada: le martellanti immagini della televisione hanno proprio l’effetto di scatenare le angosce che normalmente restano sopite dentro di noi. Però mi pongo il problema. Non è un bel sentire.
Nella quotidianità della scuola ormai è entrata anche la paura.

Gli “egomostri” e la scomparsa della “zona di rispetto”


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Noi insegnanti non possiamo certo farci cogliere dal delirio di onnipotenza, ma è un dato di fatto, anche un po’ scontato, in realtà, che possiamo fare molto, con la nostra azione educativa continua e centellinata nel tempo, per formare nei ragazzi la consapevolezza morale.
Questa riflessione mi torna in mente nel momento in cui i giornali riportano fatti di cronaca particolarmente efferati e nel momento in cui appare evidente che certi soggetti – di sicuro affetti da una qualche grave patologia psichica – non abbiano trattenuto in alcun modo traccia visibile di imperativi morali tali da consentire loro di rispettare l’integrità corporea dell’altro, per non parlare dell’assenza totale in loro di pietas nei confronti delle sofferenze inflitte alla povera vittima di turno, che non sarà né la prima, né l’ultima, purtroppo.
Questi soggetti avranno pure avuto degli insegnanti, saranno passati per qualche oratorio parrocchiale: possibile che nessuno abbia avuto percezione della completa assenza in loro di ogni forma di empatia?
Non è troppo comodo dare oggi ogni colpa all’uso sistematico di droghe?
Certo, ormai quella dell’assunzione di cocaina e di droghe sintetiche assume i contorni di una vera e propria epidemia, ma, come accade nelle epidemie “classiche”, non ci sarà da andare a vedere in che modo e perché in alcuni soggetti non si formano degli anticorpi respingenti verso certi comportamenti devianti, verso certi pericolosi virus sociali?
Non spetta anche a noi insegnanti insistere ed insistere su certi temi – non tanto sull’uso delle droghe, ma sull’abitudine a pensare l’altro ed i suoi confini rispetto a noi, a riflettere sull’inviolabilità della “zona di rispetto” altrui?
Quegli “egomostri” di cui parlavo tempo fa, cominciano a produrre i loro frutti terribili. Spesso dietro di loro ci sono genitori incapaci di de-limitarli, di de-finirli e questo è il risultato: siamo circondati da troppi ragazzi, da tanti giovani che non sanno neppure “pensare” il rispetto per l’altro, figuriamoci se sanno metterlo in pratica.

Gruppo vacanze Piemonte!


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“Ma, sai che ti dico?! Non andiamo da nessuna parte e fine della storia!”
Proprio queste sono le parole che ho detto ieri alla mia collega Linda, insieme alla quale – improvvidamente – avevo preso la decisione di accompagnare i ragazzi della seconda in visita d’istruzione ad Ostia.
“La Dirigente ha chiesto di compilare tanti di quei fogli…!” – dice lei.
“Non è per i fogli. Quelli possiamo anche compilarli. Hai letto i documenti che arrivano dal Ministero?”
“Certo!”
“Beh, ti pare che sia normale quello che dicono? Proprio ieri ho letto un approfondimento su Orizzonte scuola, all’interno del quale si sottolineano i pericoli per noi: dovremmo vigilare contemporaneamente sui ragazzi e sull’autista e SENZA ESSERE NEMMENO PAGATI! Siamo alla follia! Io non mi muovo!”
“Hai ragione! Lasciamo perdere tutto. Se vorranno visitare gli scavi di Ostia Antica, andranno coi loro genitori.”
“Mi pare il minimo!”
Ecco dove siamo arrivati. Grazie, Ministero!

Leggere dovrebbe tornare ad essere una cosa bellissima


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Mi convinco sempre di più che la rivoluzione all’interno della scuola deve partire da noi. Dobbiamo darci un imperativo: insegnare ai nostri ragazzi quale meravigliosa avventura sia apprendere le cose. In poche parole, dobbiamo essere essere veicoli di entusiasmo e per fare questo è indispensabile liberarci di alcune zavorre che il Ministero – dove pochi sanno realmente cosa significhi insegnare, pochi hanno calcato davvero il pavimento di una classe – ci ha imposto, facendole passare per chissà quale manna piovuta dal cielo. Per quanto riguarda le mie materie, (insegno italiano e latino) da qualche anno sto progressivamente buttando via tutta o quasi la narratologia (tranne alcuni aspetti importanti, ma, nel complesso, poche cose). Basta! Non ne posso più di vedere vivisezionate in quel modo le pagine meravigliose di tanti scrittori. Basta dare pochi – solidi – elementi ai ragazzi per orizzontarsi nella lettura di un testo e poi tutti in classe ci godiamo la lettura per la lettura. In prima faccio così da molti anni e vedo che i ragazzi si divertono a leggere novelle e parti di romanzi, quasi random. Dedico inoltre un’ora al mese alla discussione del “libro del mese” che tutti (me compresa) ci leggiamo, discutendo poi insieme ed analizzando personaggi e fatti. Nel tempo ho visto nascere moltissimi “lettori seriali”, motivati, non opportunisti e questo mi conforta sulla giustezza della scelta. E chi se ne importa se i miei ragazzi non conoscono bene il significato dell’espressione “narratore eterodiegetico”, ma si limitano a parlare di narratore esterno!

Ma per chi ci avete preso?


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A volte mi chiedo che cosa passi nelle teste pensanti dei dirigenti ministeriali, mentre se ne stanno lì ad elucubrare ordinanze e regolamenti.
Sì, perché si deve essere in possesso di neuroni ben lenti, se si crede di attrarre torme di professori-esaminatori per il prossimo concorso a cattedre, proponendo loro (udite udite!) CINQUANTA centesimi a candidato.
A completare l’allettante offerta c’è anche da aggiungere che il povero malcapitato commissario non sarà nemmeno in parte esonerato dal servizio. A scuola la mattina, al lavoro con le commissioni la sera, magari a chilometri di distanza.
Von Masoch, rispetto al tapino che dovesse inoltrare al Ministero la sua brava domandina, apparirebbe agli occhi di tutti come un Narciso innamorato di sé.
E’ evidente che ognuno fa delle scelte, si dà delle priorità, dunque, battute a parte, ognuno è libero di partecipare alle commissioni, se proprio lo desidera.
Io parlo per me.
Non farò come Tafazzi: non mi darò bottigliate sui (metaforici) cosiddetti, accettando quella che per me non sarebbe sufficiente nemmeno come quantità di denaro da lasciare ad un mendicante come elemosina: mi sembrerebbe ben misera, me ne vergognerei!
Perché dovrei mettere i miei ventiquattro anni di esperienza, di preziosa esperienza, al servizio di chi vorrebbe stimarli meno del costo di una tazzina di caffè preso al bar?
Andassero quelli del ministero a svolgere l’ingrato compito: provassero!
Ufficio alla mattina e penna rossa e pazienza alla sera, per settimane.
Non sarebbe la stessa cosa, perché il lavoro in classe è cosa ben diversa da quello svolto in tutta calma dietro ad una scrivania ministeriale.
Provino, comunque!
In questo modo di sicuro alla prossima tornata ci sarebbero proposte di compenso dei commissari più rispettose della storia e della dignità delle persone.
Forse.

Un professore di calibro


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Quando un giorno uno dei miei professori delle medie profetizzò che sarei stata una persona di calibro, forse non si era reso conto, lì per lì, che non aveva pronunciato una luminosa metafora, ma aveva intravisto il mio destino, preciso. Al millimetro.
Se si dà retta a ciò che circola sulla rete, a proposito di Ordinanze Ministeriali bislacche, da domani, giorno di partenza per la gita a Roccacannuccia, dovrò arrivare davanti al pullman munita del mio calibro personale, pronta a misurare lo spessore di ogni pneumatico, dl momento che sarà affidata a me anche la valutazione dell’idoneità del mezzo di trasporto, a partire dalle gomme. Passerò quindi ad ispezionare lo spessore dei tergicristalli, a provare, prima della partenza, se l’Abs tiene davvero alla frenata improvvisa, se le cinture di sicurezza trattengono sul serio, se la testata del motore non sia prossima alla fusione, se quel fastidioso “tic-tic” proviene da un cuscinetto che ci sta per salutare, oppure se è un bullone troppo lento nel sistema di trasmissione.
Sì, perché io, Laurea in Lettere, Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, Patente auto B, conseguita nel glorioso 1983, io, che non so nemmeno dove è alloggiato il cric della mia Pandina, secondo il Ministero ho le competenze giuste per valutare l’idoneità del mezzo su cui viaggeremo io e la mia classe!
Per quanto riguarda lo stato psicofisico dell’autista dovrò, alle sette di mattina, annusare la sua fiatella, per carpire tracce di alcolici, osservare le pupille con una lampadina, alla ricerca di festini a base di droghe, fargli recitare l’intera gamma delle declinazioni latine e greche, per vedere se i suoi neuroni funzionano e reggeranno l’intero viaggio.
Tutto questo in aggiunta alle risibili responsabilità di cui sono stata insignita all’atto della nomina a docente-accompagnatore.
Ma se domattina, invece di andare a Roccacannuccia, mi dessi malata e me ne restassi sotto le coperte a sognare un viaggio in solitaria, qualcuno avrebbe da obiettare qualcosa?

Quaderni di classe


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Sempre più spesso a noi insegnanti capita di avere a che fare con alunni e genitori che contestano i voti che decidiamo di assegnare.
I ragazzi arrivano davanti a noi con facce meste, evidentemente scontenti, ci pongono una serie di domande sull’interrogazione che hanno appena terminato.
Quello che a loro interessa è capire perché la prova non è stata un successo. Questa loro inchiesta termina sempre con la stessa frase: “…perché a me era sembrato di essere andato/a bene e pensavo di meritare di più…”
Quasi sempre è carente la capacità di autovalutarsi, come ho già sottolineato in post risalenti a qualche tempo fa.
Ho comunque l’abitudine di prendere sul serio queste richieste ed entro sempre nei particolari dell’interrogazione, mettendo in evidenza gli aspetti positivi e quelli negativi.
Da molti anni tengo dei veri e propri “quaderni di classe”, dei quadernoni, cioè, sui fogli dei quali c’è – in ordine alfabetico – il nome di ogni alunno e la materia che svolgo in quella classe.
Ogni volta che interrogo una persona segno la data e scrivo ogni domanda che pongo. Per la risposta do un voto immediato (4/5/6/7…): il voto finale è una media di quelli assegnati per i vari quesiti.
Inoltre la pagina-alunno mi permette di dare – ad ogni incontro con i genitori – un chiaro quadro della situazione: “A suo figlio/a ho chiesto questa cosa, ma la risposta non era sufficiente, nel contenuto complessivo e nella sua articolazione.”
Quando i ragazzi vengono da me, apro il quaderno e mostro loro l’insieme dell’interrogazione e, quasi sempre, riconoscono di avere tralasciato nel computo alcune parti che, nella loro ricostruzione parziale, mancavano all’appello.
Il problema diventa più spinoso da risolvere quando i genitori premono in modo sconsiderato sui figli, che diventano delle vere e proprie propaggini, degli strumenti, tramite cui si scaricano le tensioni dell’intera famiglia. Si tratta di nuclei familiari che d’abitudine mettono in discussione il lavoro dei docenti davanti ai ragazzi o insieme a loro e spesso questo accade soprattutto per trovare uno sfogo o individuare i responsabili di frustrazioni e ambizioni personali andate a vuoto, senza avere la minima idea della frattura che in questo modo si crea tra alunno e docente, poiché si mina alla base un rapporto che dovrebbe essere di fiducia reciproca. E allora l’alunno si sente in diritto di contestare le valutazioni, anche in modo poco garbato.
Con questo tipo di genitori e di alunni anche il “quaderno di classe” funziona male, poiché deve combattere contro il pregiudizio e dunque anche l’elenco delle interrogazioni va a sbattere contro il muro di gomma della sfiducia “a priori”.

Paolo, il telefono e la pratica dell’Om


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Mi convinco sempre di più del fatto che, se non si dà una calmata, al mio amico Paolo, collega e amico che insegna in una scuola della mia provincia, verrà un coccolone.
Se la prende troppo, per ogni cosa che accade a scuola, è davvero rétro, rispetto al nuovo che avanza (purtroppo) sempre di più.
Ieri mattina ci siamo visti per andare in giro per mercatini. Cappuccino e chiacchierata. Si vedeva che era furibondo, ma avevamo stabilito prima che non avremmo assolutamente parlato di scuola.
Se ne stava seduto sulla sedia come un supplì che sta friggendo nell’olio.
“Dimmi tutto, avanti!” – ormai ero rassegnata.
“Non ne posso più! Ti giuro! Me ne vado! Me ne vado da quella scuola maledetta!”- ha quasi urlato, facendo voltare molti dei presenti.
“Paolo! Hai bisogno di calmarti! Te lo dico da un bel po’ di tempo, se tu venissi con me a fare yoga, forse riusciresti a farti scivolare addosso certe arrabbiature, che alla fine risultano inutili!”
“Beh! Vedrai che quando ti avrò raccontato cos’è successo, ti arrabbierai anche tu!”
Che era successo?
Mentre se ne stava in classe a ricreazione, Paolo era stato chiamato da una bidella.
“Professore, la vogliono al telefono!”
Lui aveva pensato ad una chiamata dalla segreteria, o dalla Dirigente. Niente di tutto questo.
“Era la mamma di un ragazzo che avevo interrogato alla prima ora e che aveva preso un brutto voto! Voleva conoscere gli argomenti dell’interrogazione!”
“E come mai?”
“Aveva aperto il registro elettronico ed aveva notato il brutto voto, la macchia! La signora voleva sapere le motivazioni dell’insufficienza!”
“Ma è una cosa grave, gravissima! Come mai il centralino si è permesso di passarti quella telefonata?”
“E infatti! Comunque le ho chiarito ben bene che non era settimana di ricevimento e che, qualsiasi cosa avesse da dirmi era quello il momento per parlare con me e non altri! E lo sai che cosa mi ha detto?!”
“Cosa?”
“Che sono uno che si altera troppo facilmente e preferiva non continuare la chiacchierata. Allora io le ho risposto che ero IO a non voler proseguire quella conversazione! Ma dico! Dove vogliamo arrivare? Anche al telefono ci chiamano, pure durante le ore di lezione!”
“Adesso calmati! Vedi, avresti proprio di fare pratica con l’Om, in questo momento, mio caro!” – gli ho risposto, cercando di sdrammatizzare.
Certo che, però, la nostra vita si fa ogni giorno più difficile, stretti come siamo tre esigenze così diverse e contrastanti. Altro che Om: ci vorrebbe calmante a piovere!

Se a scuola si semina zizzania


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Leggevo, poco fa, un post de “La Tecnica della scuola” all’interno del quale si analizzava il numero crescente di sospensioni nelle quali sono incorsi dei colleghi.
Alcuni hanno subìto sanzioni per aver agito apertamente contro la legge, ma altri, i casi che più mi hanno colpito, avevano agito al fine di alterare il clima generale all’interno della loro scuola. In quelle scuole, cioè, si viveva male per colpa del modo di fare di alcuni nostri colleghi.
Non è un mistero che negli ultimi anni a scuola le cose siano mutate e non sempre in meglio, specie per ciò che riguarda i rapporti tra colleghi. La scuola non è un ufficio qualsiasi: da noi le dinamiche interne valgono doppio, perché siamo soggetti psicologicamente molto sollecitati, per via del lavoro che svolgiamo.
Sono stata precaria per molti anni e, dopo i tagli della Mariastrega, per due volte sono risultata “perdente posto”, dunque, nel tempo, ho avuto modo di confrontarmi con molti Dirigenti e moltissimi colleghi diversi.
Le scuole che rimpiango meno sono, ovvio a dirsi, quelle il cui clima era caratterizzato dall’accoppiata mefitica: competizione+maldicenza, capace di creare dinamiche orrende e di generale uno sviluppo esponenziale del burnout nei più fragili.
Ne ricordo una in particolare, anni fa, in cui alle maldicenze diffuse tra gli insegnanti (che non mi investivano, per fortuna, in quanto ero solo una “di passaggio”, con incarico annuale) si univa un’intensa attività di spionaggio che caratterizzava il personale non docente.
Per finire nella “lista dei proscritti” bastava un nonnulla: anche solo non essere simpatici a quelli che contavano.
I pettegolezzi, le mezze parole, poi finivano per far reagire nel modo sbagliato proprio le vittime, creando, in questo modo, una situazione paradossale, che premiava proprio i malvagi, che apparivano come le vittime, mentre erano in realtà i peggiori aguzzini.
Ovvio che qualcuno, in quel clima avvelenato, perdesse il senso della misura: ricordo consigli di classe molto, molto effervescenti, con colleghi “accompagnati fuori a prendere un po’ d’aria”, pur di calmare le acque assai agitate delle riunioni.
Proprio questi trascorsi, per niente piacevoli, mi hanno spinto fin da subito a non credere troppo nelle virtù di certe parti de “La Buona scuola”, perché il criterio della premialità rischia di fare solo da catalizzatore in situazioni come queste, già potenzialmente esplosive.
Se una scuola ha un buon clima interno, non ci sono forse troppi rischi, ma, nel caso contrario, laddove ci fosse competizione unita a comportamenti scorretti, alla fine a risultare tra i “premiati” potrebbero risultare quelli che andrebbero sanzionati e viceversa.
Un bel garbuglio, non c’è che dire!

Cip l’Arcipoliziotto e la trappola del cosiddetto “aggiornamento obbligatorio”


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Oggi pomeriggio mi sono sentita proprio come un personaggio di Jacovitti – uno dei miei preferiti: Cip l’Arcipoliziotto, quello che in continuazione, durante le sue indagini, pronunciava la frase “Lo supponevo!”
Ebbene: all’uscita dalla prima “lezione” di un corso di aggiornamento che si è rivelato assai peggio di quanto tutti noi colleghi temessimo, ho pronunciato anch’io quella frase: “Lo supponevo!”
Facciamo un passo indietro.
Quando, qualche mese fa, è stata approvata la famigerata legge, che porta il nome “La buona scuola”, uno dei pochi aspetti che avevo trovato interessanti, mi era sembrato proprio l’intento di obbligarci a scegliere una formazione continua.
Nella mia visione ingenua delle cose avevo fatto una mia catena di ragionamenti. Uno dei rischi che corriamo, come docenti, è quello di fossilizzarci. Se siamo “costretti” ad aggiornarci, potremo di nuovo varcare le soglie dell’Università, iscriverci a dei corsi agganciati alle materie che insegniamo. In questo modo saremo sempre in contatto con la ricerca e troveremo nuova linfa, che darà un impulso positivo al nostro lavoro.
Detto, fatto.
Settembre.
La città in cui lavoro è anche sede universitaria. Mi sono fatta la mia brava fila in segreteria degli studenti, ho chiesto quanto costasse l’iscrizione ad un corso singolo, ho preso i miei bravi moduli, poi ho telefonato alla Dirigente per sapere quale fosse l’esatta procedura da seguire.
E qui è arrivata la doccia gelata. L’università, o almeno, i corsi universitari annuali non sono considerati momenti formativi per i docenti.
E’ obbligatorio scegliere tra “enti formatori” riconosciuti dal Ministero.
E, a quel punto, mi sono cadute le braccia, perché stavo già immaginando i soggetti con cui avrei avuto a che fare: quelli che, da decenni, gestiscono i corsi di aggiornamento nelle scuole.
Gente azzeppatissima che della pratica del “formatore” ha fatto una vera e propria arte.
Purtroppo per me il Collegio dei Docenti della mia scuola ha stabilito che quest’anno ognuno di noi avrebbe dovuto fare almeno 15 ore di aggiornamento e, non avendo affatto voglia di farmi spolpare con la frequenza di un corso a pagamento, ne ho scelto uno tra quelli proposti dall’USR della mia regione.
Tremenda scelta da parte mia.
Oggi, all’apertura della prima slide, letta dal “formatore” come se stesse salmodiando durante un rito sacro, ho fatto quello che fanno gli alunni in classe: mi sono posizionata nella ultime file ed ho acceso lo smartphone, cercando sollievo su facebook, mentre aspettavo che la tempesta passasse.
All’uscita da quella tortura (la prima di tre, da tre ore) ho pronunciato ad alta voce la frase incriminata: “Lo supponevo!”