La bellezza della grammatica


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Da qualche tempo sul web circola l’espressione “grammar nazi”, per indicare i maniaci della correttezza grammaticale, quelli che, solo a vedere un congiuntivo sbagliato, una proposizione relativa mal connessa, sono presi da un colpo apoplettico. A me questa espressione piace poco, per la mia formazione politica, soprattutto perché il termine “nazi” mi pare impossibile da accostare – ancora oggi – a qualcosa di scherzoso.

Al di là di questo, mi riconosco nell’atteggiamento: trovo insopportabile la sciatteria nella scrittura, le imprecisioni grammaticali, mi infastidiscono a livello quasi fisico sia nei miei alunni, ma soprattutto in quelli che della grammatica vivono: insegnanti, giornalisti e professionisti della parola, in generale.
Non posso fare a meno di rilevare e di sottolineare, quasi quotidianamente, la leggerezza con cui si affronta la scrittura, soprattutto quando essa viene offerta ad un pubblico vasto, composto, di sicuro, quasi sempre da non addetti ai lavori, che, sempre più spesso, assimilano costrutti, espressioni, strutture, a dir poco claudicanti.

Qualche anno fa, leggendo il libro di Muriel Barbery “L’eleganza del riccio”, sono stata colpita nel profondo dalle parole con cui la scrittrice esalta la bellezza della grammatica.
Perché la grammatica è la base di tutto: dell’organizzazione del pensiero, della possibilità di farsi comprendere da qualcuno tramite un testo scritto, della possibilità di mettere ordine nel mondo che ci circonda.
La grammatica è “kòsmos”, ordine, perché ci costringe ad attenerci ad uno schema, che è condiviso e condivisibile.
Questo schema non è costrittivo: è il binario su cui scorre il treno della comprensibilità, che non può deragliare, anzi: deve arrivare a destinazione e quella destinazione è il fatto che un messaggio chiaro arrivi in modo comprensibile al destinatario, cioè il lettore o l’ascoltatore.
Aristotele per primo ha affermato che un giudizio non è altro che la connessione di un soggetto con un predicato, ponendo le basi di quella che è la logica, una parte del sapere che si attiene a regole pressoché ferree.
Se devo dire dire qualcosa, devo certamente farlo in modo da riuscire comprensibile a tutti e questo può avvenire solo se quello che dico – o che scrivo – si attiene alle regole che sovrintendono a tale leggibilità, a tale comprensibilità.
Ecco perché a scuola la grammatica dovrebbe avere la precedenza su tutto: prima della elaborazione di un articolo di giornale, fatta senza avere le basi grammaticali per portarla a termine, ci dovrebbe essere – a mio avviso – una solida base grammaticale, che si costruisce con un lavoro capillare e costante.

 

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Analfabetismo funzionale


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Qualche anno fa fui catapultata in una scuola nella quale non avevo mai insegnato. Come capita spesso quando si è precari, mi ritrovai a lavorare con classi che non avevo avuto in precedenza. Una in particolare, una quinta, era la fonte delle mie preoccupazioni. In primo luogo, perché avrei dovuto accompagnarli all’esame, ma la cosa che mi impediva di lavorare serenamente era la preparazione complessiva della gran parte dei ragazzi. Non sto parlando delle solite cose: capacità di sviluppare analisi del testo, saggio breve, saper esporre un argomento di letteratura in modo chiaro ed esauriente. Ormai questa è la norma: pochi sanno districarsi bene in quella giungla.

Ciò che mi terrorizzava era il fatto che questi ragazzi – liceali con ben quattro anni di scolarizzazione alle spalle – avevano  gravissime lacune nella grammatica di base e non ne avevano la minima percezione.

Ce n’era uno, in particolare, che era la mia spina nel fianco.

Come capita di fare a molti di noi, ho l’abitudine non solo di segnare in rosso gli errori di ortografia, di sintassi o di scelta lessicale, ma anche di scrivere accanto all’errore la forma corretta, nella (vana) speranza che, prima o poi, questa forma possa essere in qualche modo introiettata dall’alunno, riesca a farla sua.

Questo ragazzo, durante la correzione in classe degli elaborati, quando arrivava il suo turno, si avvicinava alla cattedra con un certo piglio, mi indicava la correzione e subito diceva: “Io non sono d’accordo!”

Io lo guardavo con un certo stupore, perché ricordo bene come, in un paio di casi, l’errore riguardasse parole come “celebrale” o “analfabetizzazione”, ma non si contano i congiuntivi utilizzati “random” o le relative costruite e connesse senza capo né coda.

Invano, per un intero anno scolastico, ho cercato di spiegargli che le regole grammaticali non prevedevano il fatto che lui fosse d’aCorso o meno. Che la struttura, in alcuni casi, è indiscutibile. Credo che, alla fine dell’esame di maturità, sia uscito fuori da quella scuola, convinto di avere subìto torti inenarrabili.

Questo caso e moltissimi altri che mi capita ancora oggi -sempre di più- di osservare,  mi rafforzano nell’idea che noi insegnanti, specialmente noi insegnanti di italiano, dobbiamo concentrarci sul lavoro “umile”, quello meno roboante, quello che apparentemente nessuno nota: il lavoro costante, ossessivo, sulla grammatica, sull’etimologia delle parole, sulla lettura e sulla REALE comprensione di un testo. In alternativa, gli analfabeti funzionali sono destinati a crescere in progressione geometrica.

 

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