L'ho 'nteso di' da uno che l'ha visto magna'

Mao Tse Tung aveva l’abitudine di spedire periodicamente gli intellettuali in risaia, in modo tale che fosse chiaro per loro che quello che doveva contare era il contatto con la realtà; in poche parole (almeno in teoria) non avrebbero dovuto percepire se stessi come un’élite.
Mi è venuta in mente questa benedetta abitudine proprio oggi, sentendo certi discorsi sulla (presunta) demotivazione degli insegnani italiani.
Secondo me funziona così: i personaggi di potere in Italia non hanno una idea – nemmeno vaga – di ciò che è la realtà in cui sono immersi i milioni di individui che tutti i santi giorni si alzano, prendono la macchina (l’autobus, il treno), vanno a lavorare, lavorano, tornano a casa la sera, tornano a dormire e così via.
Siccome quelli che hanno potere non conoscono la realtà, per poterne parlare – in pubblico, magari – si affidano ai loro uffici-stampa, che, a loro volta, hanno un’idea molto vaga di come funzioni la vita “reale” degli italiani, perché spesso sono figli di politici, di funzionari di altissimo livello, cugini di qualche politico, “imbucati” come portaborse.
Questi giovinotti di sicuro scartabellano qualche rassegna stampa, vagano qua e là su Internet, mixano con qualche sunto tratto dai vari Ichino-Veneziani-GallidellaLoggia, che a loro volta non mettono piede in una scuola da decenni e ne hanno sentito parlare dalla loro colf, oppure dagli amici dei figli, iscritti nel prestigioso istituto privato.
Ecco confezionato il discorso sulla scuola, scritto da chi e per chi di scuola non sa nulla, ma rimastica volentieri i luoghi comuni che solleticano l’aggressività del pubblico televisivo, sempre pronto a massacrare il debole che viene spinto fuori dal cono d’ombra.
Insomma: delle scuola non sanno nulla direttamente, ma in seconda, terza, quarta battuta, però ne parlano!.
Altrimenti non si spiegherebbe come si possa parlare di fannulloni e demotivati, a proposito degli insegnanti!
Tutti quelli che conosco sono nella stragrande parte motivatissimi!
E ce ne vuole, di motivazione, per continuare a fare – e con gioia – il lavoro che facciamo, con lo stipendio che ci danno, che non basta nemmeno per far studiare un figlio all’università!
Ce ne vuole di motivazione per restare una mattinata intera in scuole fredde, dove manca la carta igienica, dove non ci sono i soldi per il toner, dove la bidella acquista a proprie spese la candeggina per pulire i bagni!

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Ritrovare il rispetto di sé

Chi ha avuto la sventura di trovarsi accanto un marito violento sa bene che il problema non è tanto, o non solo, l’aggressività di quella persona, ma il fatto che la vittima permetta che certe cose accadano, il problema è la sua paralisi emotiva, la scomparsa dell’autostima.
Tutto questo è sintetizzato perfettamente dalla massima: “dove c’è un persecutore, c’è sempre una vittima consenziente”.
Uscendo fuor di metafora, è chiaro che la categoria degli insegnanti si trova in una posizione analoga: si ritrova ad essere picchiata di continuo e si è convinta che, sotto sotto, si merita quelle botte, che qualche sua colpa, in un punto dello spazio e del tempo, ci deve essere stata.
Il persecutore, dunque, deve avere ragione, se fa quello che fa.
Quando una donna viene picchiata dal compagno, ragiona in un modo simile: “Non è colpa sua, sono io la responsabile, perché non valgo nulla!” – dice tra sé e sé.
Tuttavia spesso essa riesce a spezzare la catena perversa e a vedersi da fuori; tutto questo accade quando – da sola o guidata – riesce a volersi bene di nuovo, a riacquistare l’autostima.
A mio avviso è questo che ci deve accadere e deve spingerci ad un sorta di rivoluzione copernicana della percezione di sé.
Non dobbiamo più permettere che qualcuno (pensiamo a persone della statura di un Brunetta, ad esempio) ci dica che abbiamo poco valore, che siamo fannulloni che approfittano della minima occasione per non lavorare.
Dobbiamo fermamente contestare chiunque ci dica come dobbiamo fare quello che – nonostante tutto – facciamo, soprattutto quando questo qualcuno non sa di cosa sta parlando, visto che apre bocca solo per aver orecchiato.
Dobbiamo pretendere, ad esempio, che a parlare di scuola sia chi la scuola la pratichi realmente e non per sentito dire.
Non possiamo più accettare che a pontificare sul nostro lavoro sia chi viene dal mondo universitario.
Cosa ne sa delle “reali” problematiche della scuola? Cosa ne sa delle materie che si insegnano, di graduatorie, di soprannumerari, di classi-pollaio?
Come ci si può permettere di formulare giudizi su un mondo osservato solo con un cannocchiale?
Riprendiamoci l’autostima perduta!
E quando qualcuno parla di “meriti”, ricordiamoci di replicare: “E tu con quale merito occupi il posto che occupi?”


Non si tratta di particolari di poco conto! (conversazione con Elisa parte II)

Il discorso sul badge può sembrare, tutto sommato, marginale, può apparire, ad un primo sguardo, puro vaniloquio, ma non è così.
E’ di sostanza.
E la sostanza è questa: è ora di finirla di chiederci di fare cose inutili solo per il gusto di farlo, per vederci umiliati.
In che senso?
Facciamo un passo indietro.
La politica berlusconiana, tremontiana, brunettiana e quella della Mariastrega hanno avuto come solo obiettivo – in fatto di politica verso la scuola – quello di abbattere l’autostima e l’orgoglio degli insegnanti, che fino a quel momento non erano certo un bacino di voti del centrodestra.
Quest’ultimo si è fatto portavoce della vox populi, dei peggiori luoghi comuni sulla categoria e, facendo leva su quelli, ha cominciato a scardinare l’edificio-scuola.
Non si può negare che esistessero delle storture nel sistema, tanti colleghi vedevano (e ancora vedono) nell’insegnamento un ripiego o una specie di part-time da portare avanti svogliatamente, ma l’azione portata avanti nel corso del ventennio berlusconiano aveva uno scopo diverso: era tutto politico.
Bisognava demotivare quelli motivati, farli diventare una massa grigia, spenta.
La classe insegnante doveva essere piegata, impaurita, parcellizzata.
Si è giunti ad agitare lo spettro della disoccupazione, doveva aleggiare il fantasma della neo-precarizzazione.
Tutta la scuola è stata riorganizzata in vista dell’umiliazione morale di chi ci lavorava.
E via con montagne di scartoffie, incombenze inutili, sovrapposizioni grottesche, diktat dei dirigenti.
In quel momento sono comparsi i primi fogli-firme.
“Ma, scusate, a che servono se tra un minuto entro in classe e devo firmare il registro?”
“Non lo so, ma metti la firma!” – questo ti rispondeva il vicario.
Io per un po’ ho obbedito, poi ho smesso di farlo, perché mi rifiuto di fare le cose inutili, palesemente insensate.
E credo che per risalire la china si debba partire anche – e soprattutto – dai particolari.


Tanto non mi costa niente! (conversazione con Elisa parte I )

L’aspetto positivo di essere stata precaria per parecchi anni è che ho conosciuto un bel po’ di colleghi con cui ho stretto amicizia.
L’altro giorno mi sono seduta al bar con Elisa, che insegna in un liceo della mia stessa città.
Abbiamo parlato a lungo, in particolare della disastrata condizione della nostra categoria.
Quella mattina Elisa era particolarmente in collera con una sua collega.
“Come riusciremo a riguadagnare la considerazione che ci è stato tolta, se non siamo in grado di pretendere il rispetto delle norme?”
“Che vuoi dire?” – le ho chiesto.
Qualche mattina prima Elisa stava parlando del più e del meno con una sua collega in sala professori.
Ad un certo punto la collega le ha chiesto se secondo lei era ancora obbligatorio l’uso del cartellino, il famoso “badge”.
“Io le ho risposto che in realtà non è mai stato obbligatorio, perché il nostro contratto non prevede che la presenza di un docente sia registrata con questa modalità, le ho spiegato che quella dei dirigenti è una forzatura.”
Infatti è così: quello che fa fede, per noi docenti, è il registro di classe. Solo quello.
“Beh, e allora? Che è successo?”
“Vuoi sapere che cosa mi ha risposto? Che comunque a lei il fatto di timbrare non pesa. Capisci? Non le pesa! E io lì a spiegarle che è tramite piccole forzature come questa che sono stati ridotti gli spazi di libertà dei docenti. Un pezzetto alla volta. Lei continuava a dire che non le pesava, che quella in fondo era per lei un’incombenza minima: non riusciva cioè ad afferrare il nocciolo del problema, che è di sostanza e pesantissima!”
“Ormai siamo senza speranza!”- ho commentato.
Siamo scoppiate a ridere, scuotendo la testa.
Riuscirà mai la nostra categoria a capire che è urgente ripartire proprio dalle piccole cose, dalle distorsioni anche minime dell’interpretazione dei contratti e della legge, che sul “quieto vivere” è stato costruito un edificio enorme fatto di soprusi grandi e piccoli?
Come faremo ad imporci sulle questioni di peso, se non riusciamo a curare nemmeno i dettagli?

C’è posto lì da voi?!


Da qualche giorno è stata pubblicata l’ordinanza sui trasferimenti. 

Ogni anno è attesa con ansia da tanti colleghi, desiderosi di trovare una sede più vicina a casa o una scuola in cui poter lavorare più tranquilli.

Forse in questi ultimi anni  è questa la più frequente motivazione alla base delle richieste di spostamento: “Non ne posso più! Voglio andarmene!”

Ne parlavo l’altro giorno con una mia collega, Giulia, che insegna storia dell’arte in un liceo della provincia.

“Nella mia scuola vorremmo scappare tutti! Pensa che se ne sono andati gli amministrativi quasi al completo! E quando è così, vuol dire che il dirigente ha creato un ambiente invivibile. Come mi piacerebbe poter venire nelle tua scuola! C’è posto lì da voi?”

Giulia si lamenta spesso con me del clima pesante che si respira da lei. Ho avuto modo di lavorare con il suo dirigente ed è proprio vero che è una persona impossibile. 

Asfissiante, direi.

Stravolge a suo piacere la lettura delle norme e non si riesce mai ad avere con lui un confronto sereno, dal momento che nella sua mente la scuola è costituita da una struttura rigidamente verticistica, in cui la parola “democrazia” non è contemplata.

E’ talmente concentrato su se stesso da non accorgersi che nel “suo” istituto non c’è una sola persona che lavori serena. Non è uomo da guardarsi intorno, al punto da riuscire a provare empatia per gli altri, a capire cosa provano. Esiste solo la sua lettura della realtà. Per affermarla spesso e volentieri alza la voce, fino ad assumere un tono stridulo ed aggressivo, che mette a disagio anche la persona più equilibrata.

Povera la “mia” ex-scuola!

A me dispiace, perché quello è stato il liceo in cui ho lavorato con maggior piacere e che ho dovuto abbandonare per colpa della Mariastrega e dei suoi maledetti tagli.

La mia nostalgia, forte e ancora dolorosa, è mitigata dall’idea che almeno non mi ritrovo a vivere in quella tensione, perché è proprio brutto lavorare senza serenità e ritrovarsi ad aspettare con ansia l’ordinanza dei trasferimenti con la speranza di riuscire a lasciare una scuola in cui l’aria si è fatta irrespirabile.

 

Immagina, puoi?!


Un articolo pubblicato oggi sul sito online de La Tecnica della Scuola parla del licenziamento im-possibile dei docenti italiani. Eh, già! Gli insegnanti sono attaccati alle loro sedie scalcinate con l’attack e non c’è verso di cacciarli via!

Pare che invece al nuovo ministro della Pubblica Istruzione l’idea di dotare i dirigenti scolastici di poteri di assunzione e licenziamento piaccia molto.

E allora proviamo ad immaginare, come dice il giornalista nell’articolo.

Immaginiamo che ci sia un docente che fa bene il proprio lavoro.

Immaginiamo che però non sia tanto bravo a pubblicizzarsi.

Immaginiamo che non sia tanto produttivo, in quanto a progetti da proporre in Collegio Docenti, ma si limiti a svolgere in modo scrupoloso il suo lavoro in classe, incurante di ricchi premi e cotillons.

Immaginiamo che politicamente sia dalla parte opposta del Dirigente.

Immaginiamo che il docente in questione si ritrovi spesso a chiedere rispetto per le norme del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e che si ritrovi a fare – anche solo per se stesso – quel lavoro che i sindacati non fanno più da decenni.

Immaginiamo che il povero insegnante manchi del senso della diplomazia, cioè non sappia fare uso di lingua felpata, non allisci il pelo del dirigente, non sia servile, eviti accuratamente di fare anticamera di fronte alla presidenza, non provi in alcun modo ad ingraziarsi la benevolenza di chi è più in alto di lui con moine o apprezzamenti esagerati sulle capacità dirigenziali del capo.

Immaginiamo – se ne esiste uno – un dirigente permaloso, che sia tutto preso dall’affermazione del suo ruolo, che non tolleri critiche al suo operato, che spenda male parole contro chiunque dissenta, che sia capace di distorcere a suo favore la lettura delle norme, che inventi interpretazioni delle stesse norme a suo uso e consumo.

Dotiamo – ora – questo essere immaginario di superpoteri: che possa – finalmente – licenziare, assumere a suo piacimento.

Zac!

Quale fine potrebbe mai fare il docente di cui si parlava poc’anzi?

Immagina, puoi?!

Il cappotto


Una decina di anni fa ero ancora una precaria con contratti che partivano a fine agosto e spesso terminavano a fine giugno.
Il problema di come mettere assieme pranzo e cena nei mesi di sospensione del contratto era sempre presente, ma, bene o male, tiravo avanti.
Quell’anno in particolare ero riuscita a risparmiare qualche soldino ed avevo deciso che – come premio – mi ero meritata un bel cappotto nuovo.
Ricordo che passai diverse settimane ad immaginare come sarebbe stato, pensai al colore, al taglio, alla stoffa. Sì. anche io sarei stata una elegante professoressa con indosso quel capo così bello. Perché una cosa era certa: sarebbe stato bellissimo! Rosso, oppure color cammello? Sarebbe stato troppo serioso?
Poi si avvicinarono le settimane dei contratti e noi precari cominciammo a consultarci l’uno con l’altro sulle ultime novità.
“Hai sentito l’ultima?”
“No! Cosa?”
“Hanno ammesso di nuovo i corsi di perfezionamento. Daranno tre punti.”
“Va bene, ma io non voglio saperne!”
Quegli orribili corsi di perfezionamento a distanza, che costavano un occhio della testa, ma consentivano di guadagnare ben tre punti, mi facevano orrore al solo pensiero.
“Sei sicura? E se il tuo vicino di graduatoria ne facesse uno?!”
Maledizione! Non ci avevo pensato! Certamente quel tizio ci avrebbe fatto un pensierino, visto che ci separavano solo due punti.
“No! Ma non è giusto!”
Morale: quell’anno mi toccò il supplizio di iscrivermi a quel corso. Una presa in giro totale! Dispense dai contenuti ridicoli. Esercitazioni a distanza risibili.
Non mi venne affatto da ridere a pagare i 500 euro che pagai, anche perché, contemporaneamente, la trama del mio desiderato cappotto cominciò lentamente a sfaldarsi, fino a quando sparì del tutto.
Addio sogni di eleganza!
Non potevo permettermi entrambe le cose. Mi arrabbiai molto, ma dovetti fare di necessità virtù.
Qualche tempo dopo mia rabbia aumentò a dismisura, quando leggendo le referenze dell’istituto che organizzava i corsi a pagamento, vidi la sigla della Compagnia delle Opere.
“Ma come?” – mi chiesi – “La Compagnia delle Opere non è vicina a Comunione e Liberazione, movimento al quale è vicinissima la ministra Moratti che – guarda caso – aveva di nuovo autorizzato i corsi di perfezionamento a distanza?”
Eh, già. Era proprio così.
Preferisco tagliare fuori dal testo gli improperi che ne sono seguiti.

Educare alla complessità è una cosa semplice


Illustri studiosi, ben prima di queste righe, hanno affermato che bisogna educare alla complessità.

Il ragionamento è semplice: la struttura multiforme della realtà che ci circonda è un dato di fatto e per comprenderla dobbiamo avere ben chiara ogni sua parte, ogni piccola sfumatura. Si potrà poi procedere alla sua analisi scindendola in singoli aspetti, ma è l’insieme che non deve sfuggirci. E’ solo possedendo per intero la mappa che si può focalizzare in modo proficuo l’attenzione su un particolare. Se si possiede solo quest’ultimo, arriverà prima o poi il momento in cui ci sarà bisogno della visione d’insieme e, mancando la versatilità, mancherà la capacità di trovare relazioni, di osservare vari punti di contatto.

Questa è la nostra sfida, come insegnanti: educare i nostri ragazzi alla complessità. 

Questo significa andare decisamente controcorrente, rispetto alle ultime mode pedagogiche. Negli ultimi due decenni l’imperativo è stato sfoltire, semplificare, alleggerire. Sintetizzare.

Risultato? Abbiamo spesso sfornato gruppi di renitenti all’approfondimento, che di fronte al terzo passaggio di un ragionamento subito annaspano.

Qualche anno fa in sala professori mi sono imbattuta in un rappresentante di testi per la scuola. Voleva propormi un nuovo libro di geografia. Apro il volume, lo sfoglio. Era composto quasi esclusivamente di illustrazioni. 

So bene che in geografia l’apparato illustrativo è importante, ma quella volta mi parve francamente eccessivo.

“Ma non c’è un libro di testo che – appunto – contenga del testo, tra le tante illustrazioni?” – gli ho chiesto.

Mi ha osservato come una volta si poteva guardare una persona che avesse voluto conoscere il contenuto del terzo segreto di Fatima. 

Non capiva.

“Vorrei un libro che contenesse anche pagine di solo testo!” – ho continuato.

“Ma i ragazzi non lo sopporterebbero!” – ha spiegato con candore.

“E chi lo ha detto?” – ho chiesto.

“Lo dicono tutti. Sa com’è, coi ragazzi di oggi…” – ha concluso, come se stesse parlando di una biglia su un piano inclinato, che deve per forza scivolare giù.

Ho lasciato perdere la discussione e rinunciato a trovare il libro di geografia. Ma quella mattina mi sono resa conto che diventava sempre più urgente una battaglia a favore della complessità. 

Era “la battaglia” da fare, da quel momento in poi.

Sarà perché mi sono sempre sentita un bastian contrario, ho deciso che sarebbe stata la mia battaglia. 

Non riuscivo – e non riesco tuttora – a capire cosa ci fosse di ineluttabile. Basta partire dal principio che se si parte da un insieme complesso lo si potrà sempre semplificare, mentre è molto più faticoso il processo opposto.

Nello studio è la stessa cosa. 

Se si abituano i ragazzi a lavorare su concetti, problemi, complessi, (con l’aiuto dell’insegnante, se e quando serve) faranno certo un po’ di fatica all’inizio, ma diventeranno abilissimi poi a lavorare da soli, a cercare in modo autonomo le soluzioni. Abituarli alla semplicità. all’ovvio, al concetto sfrondato li spinge ad essere poco esigenti con se stessi, radica in loro che i risultati possono arrivare con poco sforzo.

E non è vero.

 

Il mondo della scuola è molto diverso da quello dell’università


 

 

Già a scrivere il titolo ho pensato: “Ma questa è un’ovvietà! Nemmeno La Palisse avrebbe osato tanto!”

A quanto pare, questa considerazione non pare tanto scontata a chi decide di nominare i Ministri della Pubblica Istruzione. C’è in effetti un’ostinazione che dà da pensare: o si affida il governo della scuola a persone che nella vita hanno fatto sempre altro (Moratti, Fioroni, Gelmini), oppure si scelgono professori universitari (Profumo, Carrozza) che forse hanno calcato per l’ultima volta le mattonelle di un liceo quando si sono diplomati.

Altro che Gentile o Croce!

Ad ogni cambio di governo è un cadere di braccia: nessuno che sappia nulla di noi, nessuno che abbia la curiosità di sapere davvero chi siamo.

In tutti questi anni nessuno si è preoccupato di fare una cosa banalissima come quella di una consultazione dei docenti – di tutti i docenti – su come pensano che si possa risolvere la crisi in cui l’istituzione è precipitata.

(D’altra parte, non possiamo ritenere rappresentativi i contatti stabiliti tramite i sindacati: negli ultimi due decenni i sindacati della scuola sono divenuti il paradigma del parassitismo e della pigrizia mentale elevati a stile di vita)

Il mondo della scuola è un macrocosmo a sé stante, realmente difficile da comprendere per chi non lo pratichi con una certa regolarità.

Eppure tutti i mestieranti della politica sentono di avere delle ricette in grado di “risolvere una volta per tutte” la situazione, o di “mettere in riga” questa massa informe di scansafatiche che sono gli insegnanti italiani.

Nessuno che abbia l’umiltà di dire: “Vogliamo ascoltare quello che avete da dire, le soluzioni che voi, che conoscete così bene il campo di battaglia, potreste proporre”.

Da decenni tutto passa sopra le nostre teste, che si sono fate via via più curve, volte verso il basso, mentre ci sarebbe stato bisogno di qualcuno che dicesse: “Sappiamo che siete un ingranaggio fondamentale della società ed abbiamo bisogno di voi. Vorremmo sostenervi, anche in questo momento di crisi.”

Invece di scuola si parla – e a sproposito – solo quando ci si ricorda che quello degli insegnanti è comunque un serbatoio di voti. 

Forse per troppo tempo soprattutto la sinistra ha contato sul nostro appoggio, in modo indiscriminato; ha abusato della nostra fiducia ed ha regolarmente tradito le nostre aspettative, da quelle grandi a quelle minuscole e puerili. 

Ha permesso, senza colpo ferire, che la Gelmini operasse la destrutturazione di quasi tutti gli indirizzi scolastici e li snaturasse profondamente. Ha permesso il taglio indiscriminato di posti di lavoro e non si è opposta.

Possibile che abbiamo una memoria a breve termine così sviluppata da aver atrofizzato quella a lungo termine? Ci ricorderemo cosa fare alle (ormai) prossime Europee?

 

Alchimie


In un intero anno scolastico capiterà non più di cinque-sei volte. 

Per il resto è un insieme di: “Rossi, smettila di chiacchierare, se no vengo lì e ti strozzo come  un gallinaccio!” o di: “Secondo voi quando spiego, lo faccio perché mi piace il soliloquio, oppure perché è importante che almeno una parte della classe segua quello che ho da dire?”

Però accade.

Non si può programmare, è un evento imprevedibile ed irripetibile a freddo, è come una congiunzione astrale e vai un po’ a sapere se e quando si verificherà di nuovo.

Ma accade.

E’ quando, all’improvviso, mentre stai spiegando qualcosa che nemmeno ti pareva tanto speciale, ti accorgi che tutti – tutti – ti stanno ascoltando. In quell’attimo potresti persino convincerli che gli asini là fuori stanno volando. 

Sono tutti attenti e seguono ogni parola che dici, seguono anche l’intonazione della tua voce.

Ogni volta che mi capita, io mi emoziono. Sì, non è esagerato, mi pare la parola giusta, mi emoziono.

Perché è così raro acchiappare i propri alunni, entrare in sintonia piena con loro, cavarli come ragni da quei buchi contorti che abitano di solito.

In questo caso anche loro – ad un certo punto  – si emozionano ed infatti, regolarmente, lo scemo della classe fa la sua battuta, tutti ridono per sciogliere la tensione, gli sguardi tornano bassi e sfuggenti.

Ma non sfugge a nessuno che l’alchimia si è creata e che c’è un punto, che è di nuovo scappato via, ma che forse tornerà – chi può saperlo? – un momento in cui le emozioni di tutti quelli che abitano la classe si incontreranno di nuovo.

Così, almeno, si spera.